Cattolici italiani in politica “una diaspora da ricomporre”

Da “IL RIFORMISTA” di mercoledì 23 novembre 2011
Intervista con Savino Pezzotta – di Ubaldo Casotto

Savino Pezzotta è stato segretario della Cisl, portavoce del Family Day che portò in piazza un milione e mezzo di persone, iscritto giovanissimo alla Dc (dove aveva qualche problema), fondatore del Movimento politico dei lavoratori (partitino che si presentò alle elezioni del 1972).
Oggi Savino Pezzotta è consultore del Pontificio consiglio Giustizia e pace, promotore della Costituente di centro e deputato dell’Udc, e deve avere in mente tutta questa sua storia personale, e non solo, quando sbotta di fronte al cronista: «I cattolici in politica ci sono sempre stati, non siamo all’anno zero. Hanno avuto ruoli diversi, diversa significanza, ma sono da sempre impegnati, e con qualità, in politica anche se distribuiti nei vari schieramenti».

E l’appello del Papa e del cardinale Bagnasco per una «nuova generazione» di cattolici in politica?

È stato totalmente strumentalizzato. Un nuovo si genera da qualcosa che c’è già: c’è chi è generato e chi genera. In questi anni difficili della cosiddetta Seconda Repubblica la testimonianza dei cattolici in politica, nei diversi schieramenti, ha avuto la natura della resistenza a una deriva, ed è stato un fattore importante per la democrazia, e anche un fattore unitivo. I cattolici non sono mai stati assenti dalla vita politica, né come singoli, né, se si ci pensa, come partiti. E quando parlo di resistenza penso anche a chi è stato eletto nel centrodestra, dai quali mi sarei solo, forse, aspettato un po’ di rigore in più su certe questioni.
Ma se non ci fosse stata questa resistenza il mondo cattolico, che è variegato e va preso come tale, oggi sarebbe in una situazione più difficile.

Ma adesso, dopo Todi e non solo, ché altri incontri ci sono stati in merito anche in questi giorni, dopo la formazione di questo governo, definito mediaticamente ad alto tasso di cattolicità, dopo la vittoria del Partito popolare di Mariano Rajoy, salutata anche da alcuni commentatori come un ritorno della Chiesa nella vita pubblica spagnola, lei vede un’indicazione anche rispetto alla forma che può assumere un rinnovato impegno dei cattolici in politica?

La politica è il campo della sperimentazione, della ricerca, tutto sta alla tensione di chi vi si impegna.
La via dei cattolici corre fra due sponde: una propensione unitiva e un’espressione pluralistica. È una sintesi difficile, ma è anche più creativa rispetto a facili schematismi. Ma pur essendo tutti figli del passato, dobbiamo anche sapere che il passato non è possibile ripeterlo, non vedo nessuna rinascita della Democrazia cristiana all’orizzonte.

Che cosa allora?

Il problema della forma della rappresentanza dei cattolici in politica è, a mio parere, secondario, c’è una questione che viene prima. Dopo l’unità partitica intorno alla DC c’è stata una diaspora da ricomporre, c’è un’unità politica da ricreare nel pluralismo. La DC era un blocco e un punto di riferimento egemone nel mondo cattolico, oggi non vedo una forza che abbia la stessa capacità di esercitare questa egemonia. C’è un prepolitico senza il quale la politica non vive, e per il cattolico questo elemento è nel sentirsi parte della Chiesa, non in termini di sudditanza, ma nel modo libero che segna la mia identità.

Pensa ai cosiddetti valori non negoziabili?

Certo, basta non ridurli a un parziale elenco di valori. Per me non è negoziabile tutto ciò che riguarda la dignità della persona, quindi anche il suo diritto al lavoro, i diritti degli immigrati. Riconosciutisi su questo fondamento, poi i cattolici sceglieranno anche in base alle riaggregazioni che emergeranno.

Per esempio?

Io penso che l’Udc debba restare l’Udc, penso anche che la Costituente di centro non può essere la storia di tutti, ma ritengo che la tradizione politica dei cattolici italiani vada reinverata in modo che possa aggregare anche chi cattolico non è.

Le piace il modello del Pp spagnolo?

No, mi fanno problema alcuni suoi elementi eccessivamente conservativi. Io penso di più a un partito liberal-democratico con forte radicamento sociale, la mia storia è quella del cattolicesimo sociale. Va ripensata, come va ripensata quella di chi in questi anni ha scelto il centrodestra, come va ripensata quella di chi, cattolico, a scelto di militare a sinistra. Ma se mi chiede adesso come, non posso prevederlo.

Intanto nel governo Monti siedono cattolici che vengono direttamente dall’associazionismo o da istituzioni culturali d’ambito ecclesiale, senza mediazione partitica…

Sono lì per la loro competenza, se fosse diversamente sarebbe un segnale di clericalismo, un brutto segnale. Mario Monti, che è persona capace, ha fatto il governo di tutti. E questo esecutivo ha un compito: tirar fuori l’Italia dal disastro in cui si trova. I ministri, tutti i ministri, cattolici o meno, risponderanno delle loro capacità. Quello dei cattolici impegnati nella res publica è un compito diverso: ristabilire la dimensione etica nel fare politica.

Dove, in quale schieramento, visto che in politica bisogna prendere parte?

Ci saranno ancora queste aggregazioni politiche nel futuro? Penso di no. Si è aperta una fase in cui quello che siamo stati non sarà quello che saremo.

 Il bipolarismo è finito?

Sì, il cambiamento è in corso, e i cattolici sceglieranno in base alle scomposizioni e alle ricomposizioni che avverranno. In questo sono evoluzionista e non vedo nessun determinismo, non credo negli automatismi: partito cattolico uguale voto dei cattolici. Si apre un cammino, dobbiamo rischiare, mi auguro solo che diventiamo finalmente un Paese normale per cui il voto non è una scelta tra il paradiso e l’inferno. Mi aspetto quindi un assetto multipolare dove siano determinanti il dato di coalizione e i contenuti di programma, non solo la scelta del leader.

Quindi?

Ci troviamo nella posizione che fu già di Cristoforo Colombo, stiamo salpando alla ricerca delle Indie, può darsi che alla fine ci troveremo in America. E non è detto che sia un male. Come pensa che i suoi amici di partito prenderanno questa sua intervista Mi lasci dire che non me ne curo. Ho un’età e una storia in cui penso di essermi conquistato la libertà di dire quello che ritengo sia giusto.

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Temi: Politica
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